Amalia Bigatti

📍Milano, 72, Sesta Opera San Fedele,

Da tre anni sono in pensione dopo una vita lavorativa molto intensa, appagante, ma davvero piena che non mi ha permesso di dedicarmi ad attività di volontariato e all’associazionismo. L’ho iniziato a fare per una restituzione alla collettività del tempo che ho dedicato al mio impiego, ma anche – forse un po’ “egoisticamente”, chi lo sa – per continuare ad avere una vita piena di impegni come in precedenza, sono arrivata al volontariato in carcere, o meglio, con le persone uscite dal carcere o che lavorano fuori dall’istituto di pena e ci tornano la notte.

A questo tipo di volontariato ci sono giunta per vie traverse anche perché non mi volevo occupare, per motivi personali, delle persone con bisogni legati alla salute. Mi occupo al centro d’ascolto delle persone che stanno fuori dal carcere, i detenuti all’esterno in affidamento, con con permessi d’uscita  per lavoro o ex detenuti che hanno scontato lo pena. Ma anche di famigliari di detenuti. Ci sono belle storie che in questi anni hanno avuto un lieto fine, un lavoro trovata ad un ex detenuto, una famiglia aiutata per le pratiche per l’affitto di una casa mentre un genitore è agli arresti, ma alcune di queste persone a volte se la prendono con noi volontari perché sono in condizioni difficili, il morale è a terra e tutto gira storto. In questi casi sfrutto anche la mia professionalità pregressa e cerco di dare risposte mirate e materiali e domande di esigenze materiali: come la casa e il lavoro.

Ogni volta che ad esempio una famiglia di nostri assistiti entrano nelle case popolari anche dopo un percorso detentivo, sono felice. Ultimamente ci capita sempre più spesso che a causa della pandemia al centro d’ascolto per detenuti o di Sesta Opera arrivino anche senza dimora che cercano soluzioni per il freddo e per far fronte alla pandemia: anche se non è la nostra mansione prioritaria ci ingegniamo con soluzioni anche per queste situazioni.